La pasta con le fave è inopinatamente entrata nella top ten dei post più visti. Miracoli della rete! Non saprei dire il perchè anche se mi fa un gran piacere.
Ecco che quindi cercherò di riproporre questo successo.
Nulla di più semplice: nella saltiera metti l'olio, qualche rametto di timo, una cipolla tritata e qualche carotina, quelle piccine, più morbide. Quando vedi che avranno preso il colore butti gli zucchini che ti erano avanzati in frigo dall'ultima preparazione, e dopo qualche minuto ancora i piselli. Piselli ne ho messi di più, dovevano essere il sapore principale del mio sugo. Inutile dire che un bicchiere di vino è finito dentro il tutto ed è servito per finire di cuocere i piselli. Quando ci salti la pasta aggiungerai le foglioline di basilico.
Finito, solo un filo d'olio nel piatto.
Piaciuto tanto.
Un blog fatto a uso e consumo degli amici, vecchi e nuovi, per trascinarli in questa grande passione, e perché "invitare qualcuno a mangiare da te significa incaricarsi della sua felicità per tutto il tempo che sta sotto il tuo tetto", e anche perché "cucinare per le persone alle quali si vuole bene significa impegnare del tempo pensando ai loro gusti, alla loro crescita e al loro benessere".
Andiamo a incominciare
Basta fare un giro al mercato.
Già gli occhi si riempiono di colori, colori di pomodori e peperoni, caldi, rossi e carnosi come certe labbra che si offrono senza vergogna, ma anche caldi come il giallo di pani appena sfornati, sotto la cui crosta si indovina una tenerezza nuova.
E la verdura? ci offre tutte le tonalità dei verdi, che raccontano sommessamente di prati e di orti, innaffiati da uomini tranquilli in maniche di camicia, durante silenziosi tramonti.
Come si fa a non amare il cibo? Semplice, basta non amare gli umani.
Già gli occhi si riempiono di colori, colori di pomodori e peperoni, caldi, rossi e carnosi come certe labbra che si offrono senza vergogna, ma anche caldi come il giallo di pani appena sfornati, sotto la cui crosta si indovina una tenerezza nuova.
E la verdura? ci offre tutte le tonalità dei verdi, che raccontano sommessamente di prati e di orti, innaffiati da uomini tranquilli in maniche di camicia, durante silenziosi tramonti.
Come si fa a non amare il cibo? Semplice, basta non amare gli umani.
domenica 29 aprile 2012
giovedì 26 aprile 2012
Risotto aux fruits de mer
Ah, ah, ah, dovrò ben far vedere che a scuola studio anche il francese......
Mi sono accorto che nel blog manca questo risotto, di recente rifacimento, e devo pertanto mettercelo.
Sarà soltanto una delle innumerevolissime ricette: non mi importa poi granchè, ma è come lo faccio io e ai miei commensali dà sempre grande contentezza. Tanto mi basta.
Oltretutto è una delle ricette imparate alla mia prima scuola, svariati anni fa.
Per quattro.
I frutti di mare che devi comperare potrebbero essere: un calamaro, tre etti di gamberi (o mazzancolle), tre etti di vongole e mezzo chilo di muscoli: è ovvio che qui la scelta è legata alla disponibilità del giorno del tuo fornitore. Penso che le cozze e le vongole non debbano però mancare.
Intanto puliamo queste. Per le vongole è opportuno il "metodo dello Chef", che non mi ha mai tradito. Gli unici che non lo potranno usare sono i miei lettori ipoacusici. Se fai cadere nella plonge le tue vongole, da un'altezza di circa 50 centimetri, becchi subito quella (o quelle) con la sabbia dentro: fa un rumore ben diverso. Per le cozze basterà una spazzolata e lo strappo della barba tirandola verso l'alto.
Io le metto in due pentole con due dita di vino bianco, non vedo perchè debba essere vino da poco. E un po' di gambi di prezzemolo. Si accende il fuoco e si incoperchia. Si apriranno tutte rapidamente. Si leva da entrambe il frutto e SI CONSERVA IL LIQUIDO DELLA LORO COTTURA, FILTRANDOLO COL VECCHIO FAZZOLETTO DA NASO DI COTONE. E' IL MARE, ed è il sapore del tuo risotto.
Il calamaro lo pulisci e lo tagli a pezzetti. Lo rosoli con un cucchiaio di olio evo, gli regali anche a lui due dita dello stesso vino bianco e uno spicchio d'aglio incamiciato. Lo finisci di cuocere con un pomodoro San Marzano, bello maturo. Non ha bisogno di diventare stramollo, finirà di cuocere nel riso.
Le mazzancolle (o i gamberi) hanno bisogno soltanto di un tuffo, in abbondante acqua bollente salata, pochi secondi. Poi li tiri su e li raffreddi.
Ricordati anche che hai bisogno di un po' di brodo vegetale: sii un gran Signore, fattelo la sera prima con le verdurine fresche.......... altrimenti usa il maledetto dado.
Ecco che puoi partire col riso.
Carnaroli o Vialone è un eterno dilemma che ognuno decide di risolvere a modo suo.
Tre etti per quattro sono comunque veramente pochi.
Lo tosti con l'olio e lo bagni col vino. Quando non senti più l'odore alcoolico inizi a cuocerlo con il brodo, e fai partire il contaminuti. Dopo la prima mestolata di brodo potrai aggiungere il mare, come sopra detto.
A metà cottura butti nel risotto i gamberi e il calamaro e anche uno o due altri San Marzano, schiacciati forte nel pugno così da sprizzare il loro sugo rosso sulle pareti della cucina e sulla tua Lacoste bianca, se non sarai così accorto da mettere la mano dentro la pentola.
Vongole e muscoli entreranno nella pentola solo a due minutini dalla fine.
Spegni, ma non è finito.
Prezzemolo tritato, tanto.
Un filo d'olio, il più buono che hai.
Tre minuti di silenziosa attesa, piena di speranza.
Se sei stato previdente ti sei tenuto un gambero a piatto, per decoro.
Mi sono accorto che nel blog manca questo risotto, di recente rifacimento, e devo pertanto mettercelo.
Sarà soltanto una delle innumerevolissime ricette: non mi importa poi granchè, ma è come lo faccio io e ai miei commensali dà sempre grande contentezza. Tanto mi basta.
Oltretutto è una delle ricette imparate alla mia prima scuola, svariati anni fa.
Per quattro.
I frutti di mare che devi comperare potrebbero essere: un calamaro, tre etti di gamberi (o mazzancolle), tre etti di vongole e mezzo chilo di muscoli: è ovvio che qui la scelta è legata alla disponibilità del giorno del tuo fornitore. Penso che le cozze e le vongole non debbano però mancare.
Intanto puliamo queste. Per le vongole è opportuno il "metodo dello Chef", che non mi ha mai tradito. Gli unici che non lo potranno usare sono i miei lettori ipoacusici. Se fai cadere nella plonge le tue vongole, da un'altezza di circa 50 centimetri, becchi subito quella (o quelle) con la sabbia dentro: fa un rumore ben diverso. Per le cozze basterà una spazzolata e lo strappo della barba tirandola verso l'alto.
Io le metto in due pentole con due dita di vino bianco, non vedo perchè debba essere vino da poco. E un po' di gambi di prezzemolo. Si accende il fuoco e si incoperchia. Si apriranno tutte rapidamente. Si leva da entrambe il frutto e SI CONSERVA IL LIQUIDO DELLA LORO COTTURA, FILTRANDOLO COL VECCHIO FAZZOLETTO DA NASO DI COTONE. E' IL MARE, ed è il sapore del tuo risotto.
Il calamaro lo pulisci e lo tagli a pezzetti. Lo rosoli con un cucchiaio di olio evo, gli regali anche a lui due dita dello stesso vino bianco e uno spicchio d'aglio incamiciato. Lo finisci di cuocere con un pomodoro San Marzano, bello maturo. Non ha bisogno di diventare stramollo, finirà di cuocere nel riso.
Le mazzancolle (o i gamberi) hanno bisogno soltanto di un tuffo, in abbondante acqua bollente salata, pochi secondi. Poi li tiri su e li raffreddi.
Ricordati anche che hai bisogno di un po' di brodo vegetale: sii un gran Signore, fattelo la sera prima con le verdurine fresche.......... altrimenti usa il maledetto dado.
Ecco che puoi partire col riso.
Carnaroli o Vialone è un eterno dilemma che ognuno decide di risolvere a modo suo.
Tre etti per quattro sono comunque veramente pochi.
Lo tosti con l'olio e lo bagni col vino. Quando non senti più l'odore alcoolico inizi a cuocerlo con il brodo, e fai partire il contaminuti. Dopo la prima mestolata di brodo potrai aggiungere il mare, come sopra detto.
A metà cottura butti nel risotto i gamberi e il calamaro e anche uno o due altri San Marzano, schiacciati forte nel pugno così da sprizzare il loro sugo rosso sulle pareti della cucina e sulla tua Lacoste bianca, se non sarai così accorto da mettere la mano dentro la pentola.
Vongole e muscoli entreranno nella pentola solo a due minutini dalla fine.
Spegni, ma non è finito.
Prezzemolo tritato, tanto.
Un filo d'olio, il più buono che hai.
Tre minuti di silenziosa attesa, piena di speranza.
Se sei stato previdente ti sei tenuto un gambero a piatto, per decoro.
domenica 22 aprile 2012
Marmellata di limoni e arance
Non ho mai messo nel blog una marmellata, e questa è quindi la volta buona. Mi sono trovato "regalato" i limoni "buoni", tirati giù dalla pianta e non trattati. Ho comperato dei bei tarocchi IGP, uno l'ho anche assaggiato.
E' stata anche l'occasione per tirare fuori dagli scaffali della mente quell'aureo libriccino, numero 138 del mio personalissimo elenco, intitolato "Tempo di marmellate". Andate a vedere l'elenco che c'è qualche novità......
La ricetta è questa: ci vogliono un kilo di arance e due di limoni. Le arance le ho lavate con il bicarbonato, i limoni, della cui provenienza ero sicuro, li ho lavati, bene, solo con l'acqua.
Devi fare la frutta a pezzettini e levare i semi ma non le bucce. Io l'ho frullata ma, ridiscutendone con gli assaggiatori, avrei anche potuto tenere qualche pezzettino di buccia a parte. In pentola con due bicchieri di acqua. Cuoci a fuoco lentissimo per 40 minuti dall'inizio della bollitura. Mi sono permesso di aggiungere una stecca di vaniglia, intera. Dopo 40 minuti si presume che la parte acquosa sia evaporata. Trovi quindi un qualche sistema per pesare quello che resta e aggiungi 700 g di zucchero semolato per kilo di polpa cotta.
Altri 20 minuti di cottura potranno bastare, mescolando sempre che lo zucchero non si attacchi.
Riscalda i vasi nel forno e riempili.
Facile, no? Ma soprattutto solo ingredienti genuini, che poi è l'unica cosa che mi interessa.
E' stata anche l'occasione per tirare fuori dagli scaffali della mente quell'aureo libriccino, numero 138 del mio personalissimo elenco, intitolato "Tempo di marmellate". Andate a vedere l'elenco che c'è qualche novità......
La ricetta è questa: ci vogliono un kilo di arance e due di limoni. Le arance le ho lavate con il bicarbonato, i limoni, della cui provenienza ero sicuro, li ho lavati, bene, solo con l'acqua.
Devi fare la frutta a pezzettini e levare i semi ma non le bucce. Io l'ho frullata ma, ridiscutendone con gli assaggiatori, avrei anche potuto tenere qualche pezzettino di buccia a parte. In pentola con due bicchieri di acqua. Cuoci a fuoco lentissimo per 40 minuti dall'inizio della bollitura. Mi sono permesso di aggiungere una stecca di vaniglia, intera. Dopo 40 minuti si presume che la parte acquosa sia evaporata. Trovi quindi un qualche sistema per pesare quello che resta e aggiungi 700 g di zucchero semolato per kilo di polpa cotta.
Altri 20 minuti di cottura potranno bastare, mescolando sempre che lo zucchero non si attacchi.
Riscalda i vasi nel forno e riempili.
Facile, no? Ma soprattutto solo ingredienti genuini, che poi è l'unica cosa che mi interessa.
martedì 10 aprile 2012
Pasta con le fave
Lo so bene, prima di postare una ricetta, foss'anche la più semplice, dovrei andare a cercare sulla rete, sui libri, bisognerebbe insomma fare un minimo di ricerca.
Ma il tempo mi è tiranno e allora la scrivo come mi è stata raccontata e con qualche mia personalissima aggiunta.
Gli è che oggi avevo a portata di mano fave appena raccolte, e non potevo farmele sfuggire.
Quindi le ho sbucciate, saranno state poco più di un etto. Ho trovato tre cipollotti e li ho affettati. Li ho messi a soffriggere con un cucchiaio di olio evo, uno spicchio d'aglio incamiciato e due foglie di alloro. Non appena hanno preso il colore ho buttato le fave. Un minutino di riscaldamento, le fave erano piuttosto piccole. Ho ritenuto, per finire di cuocerle e per non distruggere il loro dolce, di aggiungere un dito di vino bianco secco.
(A proposito, questo connubio olio-vino mi fa impazzire. Perché è così buono?)
Si è trattato soltanto di di far evaporare il vino e di saltare la pasta.
Ecco una ricettina che fatta con i migliori ingredienti diventa un piatto speciale. Davvero.......
Ma il tempo mi è tiranno e allora la scrivo come mi è stata raccontata e con qualche mia personalissima aggiunta.
Gli è che oggi avevo a portata di mano fave appena raccolte, e non potevo farmele sfuggire.
Quindi le ho sbucciate, saranno state poco più di un etto. Ho trovato tre cipollotti e li ho affettati. Li ho messi a soffriggere con un cucchiaio di olio evo, uno spicchio d'aglio incamiciato e due foglie di alloro. Non appena hanno preso il colore ho buttato le fave. Un minutino di riscaldamento, le fave erano piuttosto piccole. Ho ritenuto, per finire di cuocerle e per non distruggere il loro dolce, di aggiungere un dito di vino bianco secco.
(A proposito, questo connubio olio-vino mi fa impazzire. Perché è così buono?)
Si è trattato soltanto di di far evaporare il vino e di saltare la pasta.
Ecco una ricettina che fatta con i migliori ingredienti diventa un piatto speciale. Davvero.......
domenica 8 aprile 2012
Orzotto pasquale
Questa ricetta l'ho trovata sulla rivista Zafferano, "periodico di ristorazione e gastronomia" riservato ai professionisti del settore, che io ricevo in qualità di "studente di istituto alberghiero", e questo mi riempie di gioia.
Ecco che l'ultimo numero è una monografia dedicata ai carciofi.
Iersera ho preparato questa ricetta ed è piaciuta sia a me sia a chi ha mangiato con me. Motivo per cui qui la ripropongo. E' una ricetta dello Chef Agostino Curreli.
Nota bene: le dosi che scriverò sono quelle della ricetta originale, che viene detta "per dieci" (bah.....)
Intanto ti prepari un pentolino dove metti 250 cc di aceto bianco, 70di aceto balsamico, 250 g di mele renette a fettine, 25 g di zucchero, bacche di ginepro, una stecca di cannella, pepe in grani e una presa di sale. Dopo che le mele sono cotte scoli e fai ridurre il liquido a uno sciroppo.
In un padellino metti 150 g di guanciale affettato a julienne e lo fai rosolare fino a che non diventi croccante.
Poi prendi otto carciofi e ne ricavi otto cuori, li tagli a spicchi e li fai rosolare con olio evo e uno spicchio d'aglio incamiciato.
Intanto ti metti su quattro (?) litri di brodo.
Affetti una cipolla e la fai soffriggere in un tegame largo con 30 grammi di burro: quando è pronta versi 300 grammi di orzo perlato, lavato e scolato e lo fai tostare. Poi versi 100 cc di vino bianco secco e lo fai sfumare. Cuoci, mescolando continuamente, per otto minuti, aggiungendo il brodo. Indi aggiungi i carciofi e cuoci per altri otto minuti.
Mantechi con mezz'etto di burro, 100 g di parmigiano, e il guanciale. Salare e pepare.
Nella fondina metterai una spennellata di sciroppo, l'orzo e qualche fettina di guanciale croccante che avevi riservato.
Questa è la foto di come sono riuscito a prepararla, non è proprio come la foto della rivista ma è anche vero che i mezzi erano limitati.....
Ecco che l'ultimo numero è una monografia dedicata ai carciofi.
Iersera ho preparato questa ricetta ed è piaciuta sia a me sia a chi ha mangiato con me. Motivo per cui qui la ripropongo. E' una ricetta dello Chef Agostino Curreli.
Nota bene: le dosi che scriverò sono quelle della ricetta originale, che viene detta "per dieci" (bah.....)
Intanto ti prepari un pentolino dove metti 250 cc di aceto bianco, 70di aceto balsamico, 250 g di mele renette a fettine, 25 g di zucchero, bacche di ginepro, una stecca di cannella, pepe in grani e una presa di sale. Dopo che le mele sono cotte scoli e fai ridurre il liquido a uno sciroppo.
In un padellino metti 150 g di guanciale affettato a julienne e lo fai rosolare fino a che non diventi croccante.
Poi prendi otto carciofi e ne ricavi otto cuori, li tagli a spicchi e li fai rosolare con olio evo e uno spicchio d'aglio incamiciato.
Intanto ti metti su quattro (?) litri di brodo.
Affetti una cipolla e la fai soffriggere in un tegame largo con 30 grammi di burro: quando è pronta versi 300 grammi di orzo perlato, lavato e scolato e lo fai tostare. Poi versi 100 cc di vino bianco secco e lo fai sfumare. Cuoci, mescolando continuamente, per otto minuti, aggiungendo il brodo. Indi aggiungi i carciofi e cuoci per altri otto minuti.
Mantechi con mezz'etto di burro, 100 g di parmigiano, e il guanciale. Salare e pepare.
Nella fondina metterai una spennellata di sciroppo, l'orzo e qualche fettina di guanciale croccante che avevi riservato.
Questa è la foto di come sono riuscito a prepararla, non è proprio come la foto della rivista ma è anche vero che i mezzi erano limitati.....
venerdì 6 aprile 2012
Petti di pollo profumati
Ricetta piccolissima, che evidenzia come non solo i sapori ma anche i profumi abbiano un ruolo di primo piano in cucina.
Dovrai soltanto andare dal tuo pollivendolo di fiducia e farti preparare delle fettine di petto di pollo, le più sottili che lui riuscirà a fare. Devi stimolarlo a dare il meglio di sé stesso.....
La ricetta nasce col passaparola: una paziente, in ospedale, sentendomi parlare col Collega di cucina (guarda caso!), mi ha chiesto se conoscevo questa ricetta. Alla mia risposta negativa me la ha raccontato, così come te la racconto.
Ripensandoci in questi giorni trovo parecchia vicinanza col salmoriglio siciliano.
Non dovrai far altro che stendere le tue fettine di petto di pollo e ricoprirle con succo di limone, pangrattato finissimo, origano e pecorino grattugiato. IO ci aggiungerei anche una strofinata di aglio, ma lei non me lo ha detto.
Una volta chiusi gli involtini con lo stecchino li puoi grigliare. Fine. Very easy and speedy.
Io li ho di nuovo ricoperti di pangrattato e li ho sbattuti sulla vetroceramica, per far prima.
La prossima volta li metto in forno.
Comunque sia, mi ripeto, il bello sarà il profumino che ti si sprigionerà in bocca. Et de hoc satis.
Bon appetit!
Dovrai soltanto andare dal tuo pollivendolo di fiducia e farti preparare delle fettine di petto di pollo, le più sottili che lui riuscirà a fare. Devi stimolarlo a dare il meglio di sé stesso.....
La ricetta nasce col passaparola: una paziente, in ospedale, sentendomi parlare col Collega di cucina (guarda caso!), mi ha chiesto se conoscevo questa ricetta. Alla mia risposta negativa me la ha raccontato, così come te la racconto.
Ripensandoci in questi giorni trovo parecchia vicinanza col salmoriglio siciliano.
Non dovrai far altro che stendere le tue fettine di petto di pollo e ricoprirle con succo di limone, pangrattato finissimo, origano e pecorino grattugiato. IO ci aggiungerei anche una strofinata di aglio, ma lei non me lo ha detto.
Una volta chiusi gli involtini con lo stecchino li puoi grigliare. Fine. Very easy and speedy.
Io li ho di nuovo ricoperti di pangrattato e li ho sbattuti sulla vetroceramica, per far prima.
La prossima volta li metto in forno.
Comunque sia, mi ripeto, il bello sarà il profumino che ti si sprigionerà in bocca. Et de hoc satis.
Bon appetit!
martedì 3 aprile 2012
Pasta con verdure e mandorle
E' noto che la necessità aguzza l'ingegno. E non solo la necessità, anche l'urgenza.
In una giornata fra le peggiori, quelle in cui non vorresti più avere il collo tanto ti fa male, e neanche la testa per non vedere certi ceffi e non sentire certe telefonate, il dover preparare qualcosa perché hai fatto un invito è una fatica supplementare che non ci voleva proprio.
Eppure...... solo il cercare di inventare una ricettina nuova, nuova solo per me naturalmente, è diventato cura e gioco allo stesso tempo, e la serata si è raddrizzata.
E adesso son qui che scrivo, anche se sono stanchissimo. Ma soddisfatto.
Tralasciamo le riflessioni.
Sono andato dalla mia negoziante preferita, la Cinzia, (preferita perché ha frutta e verdura di eccellente qualità, oltre a certi vasetti.....) e ho composto così il mio primo: una melenzana a boccia, un peperone rosso e uno giallo, mezzo chilo di pomodori i più maturi che aveva, due pugni di olive calabresi, un pugno di mandorle pelate.
La pasta l'avevo in casa, ho usato questa. Non voglio ovviamente fare pubblicità ma la forma si adattava all'idea che avevo in testa: è facile che l'idea inconscia di questo piatto ci fosse già da giorni.
Un quarto di melenzana l'ho fatto a cubettini e l'ho fritto nell'olio di arachide.
Poi ho fatto dare l'acqua a due mezzi peperoni, questi
infine ho messo in padella, dopo aver sostituito l'olio di arachide con quello evo, i pomodori tagliati in quattro con l'aglio e le olive, oltre a una presa di sale
e quando i pomodori si sono un po' cotti ho mescolato tutto insieme, aggiungendovi le mandorle tostate pochissimi minuti
non mi sembra un brutto sugo, anche perchè è una citazione della caponata........
La pasta doveva cuocere otto minuti: dopo sei l'ho mescolata al sugo e l'ho versata nella pirofila.
Una spolverata di parmigiano (ma il pecorino è meglio) e un po' di pane grattuggiato.
E poi via in forno, un quarto d'ora.
Sono io il primo a dire che non sarà questo grande piatto ma mi sono divertito e questa è la cosa importante.
In una giornata fra le peggiori, quelle in cui non vorresti più avere il collo tanto ti fa male, e neanche la testa per non vedere certi ceffi e non sentire certe telefonate, il dover preparare qualcosa perché hai fatto un invito è una fatica supplementare che non ci voleva proprio.
Eppure...... solo il cercare di inventare una ricettina nuova, nuova solo per me naturalmente, è diventato cura e gioco allo stesso tempo, e la serata si è raddrizzata.
E adesso son qui che scrivo, anche se sono stanchissimo. Ma soddisfatto.
Tralasciamo le riflessioni.
Sono andato dalla mia negoziante preferita, la Cinzia, (preferita perché ha frutta e verdura di eccellente qualità, oltre a certi vasetti.....) e ho composto così il mio primo: una melenzana a boccia, un peperone rosso e uno giallo, mezzo chilo di pomodori i più maturi che aveva, due pugni di olive calabresi, un pugno di mandorle pelate.
La pasta l'avevo in casa, ho usato questa. Non voglio ovviamente fare pubblicità ma la forma si adattava all'idea che avevo in testa: è facile che l'idea inconscia di questo piatto ci fosse già da giorni.
Un quarto di melenzana l'ho fatto a cubettini e l'ho fritto nell'olio di arachide.
Poi ho fatto dare l'acqua a due mezzi peperoni, questi
infine ho messo in padella, dopo aver sostituito l'olio di arachide con quello evo, i pomodori tagliati in quattro con l'aglio e le olive, oltre a una presa di sale
e quando i pomodori si sono un po' cotti ho mescolato tutto insieme, aggiungendovi le mandorle tostate pochissimi minuti
non mi sembra un brutto sugo, anche perchè è una citazione della caponata........
La pasta doveva cuocere otto minuti: dopo sei l'ho mescolata al sugo e l'ho versata nella pirofila.
Una spolverata di parmigiano (ma il pecorino è meglio) e un po' di pane grattuggiato.
E poi via in forno, un quarto d'ora.
Sono io il primo a dire che non sarà questo grande piatto ma mi sono divertito e questa è la cosa importante.
sabato 31 marzo 2012
Risotto con i topinambur
Scrivo da scuola, mentre i miei compagni finiscono la verifica di francese. Io l'ho appena consegnata. Chissa' se l'ho fatta bene come al solito. Essendo il più vecchio ho questa (auto)condanna, non posso prendere sei. Vabbè, un'oretta ho studiato.
Intanto incomincio a scrivere. Il tempo è sempre meno, e bisogna ottimizzarlo.
Questi topinambur sono una cosa molto carina e molto buona, credo che li chiamino anche patate francesi. A questo proposito condivido un cartello trovato da uno dei miei fornitori, troppo simpatico.
Il link su Wikipedia è questo: topinambur.
Quindi me li sono puliti e li ho affettati sottili, dopodichè li ho saltati in padella con aglio e rosmarino, non tanto, solo per rosolarli e fargli perdere un po' di acqua.
A questo punto mi sono messo a fare il mio risottino come al solito, come l'ho scritto qui tante e tante volte. I topini li ho messi un attimo dopo che ho incominciato a versare il brodo.
La cosa bella dei topini è che in bocca ricordano un po' i carciofi.
Eccolo qui, sembrano funghi.....
p.s.: se vuoi fare un piatto unico la salsiccia non ci starà certo male.......
Intanto incomincio a scrivere. Il tempo è sempre meno, e bisogna ottimizzarlo.
Questi topinambur sono una cosa molto carina e molto buona, credo che li chiamino anche patate francesi. A questo proposito condivido un cartello trovato da uno dei miei fornitori, troppo simpatico.
Il link su Wikipedia è questo: topinambur.
Quindi me li sono puliti e li ho affettati sottili, dopodichè li ho saltati in padella con aglio e rosmarino, non tanto, solo per rosolarli e fargli perdere un po' di acqua.
A questo punto mi sono messo a fare il mio risottino come al solito, come l'ho scritto qui tante e tante volte. I topini li ho messi un attimo dopo che ho incominciato a versare il brodo.
La cosa bella dei topini è che in bocca ricordano un po' i carciofi.
Eccolo qui, sembrano funghi.....
p.s.: se vuoi fare un piatto unico la salsiccia non ci starà certo male.......
domenica 18 marzo 2012
Marco Polo 7 - uova affogate alla fiorentina
Si prepara a scuola e si rifà a casa, sia perché è una buona ricetta sia perché così te la fissi in testa.
Questa ricetta ha l'unico inconveniente di essere di preparazione relativamente lunga e di spazzolamento ultrarapido, per cui, anche se sei contento, vedi la tua fatica sparire dai piatti in meno di tre minuti. Come gli applausi per l'attore questo è proprio il pane del cuoco.
Bando alle ciance.
Ringraziamento: al nostro Chef di scuola, che anche questa volta mi ha stupito.
Intanto ti fai la besciamella come al solito, che poi ti servirà. Con mezzo litro di latte. Ultimamente ho la fissa di spremerci dentro un po' di concentrato di pomodoro, diciamo che è la moda del momento.
Poi ti comperi il pane carrè, per fare la base dei tuoi crostoni. Ma non è detto che non vada bene anche una adeguata fetta di pane toscano, anzi, il pan carrè è forse più .... da albergo.
I tuoi crostoni li condisci con un filo d'olio, sale e poco pepe e un po' di parmigiano grattugiato, e li sbatti in forno a diventare croccanti.
Sopra il pane carrè ci vanno gli spinaci, freschi, se vuoi che sappiano di qualche cosa, e quindi ti dovrai sobbarcare l'onere di pulirli bene. Poi li cuoci diciamo tre minuti con il cestello del vapore. Li strizzi e li raffreddi e li salti in padella con un po' di burro.
Quando sono pronti li cospargi di parmigiano e li disponi sui tuoi crostoni, facendo una piccola "culla" per l'uovo che arriverà.
Adesso puoi metterti dietro all'uovo in camicia. La solita acqua acidulata con pepe e alloro, che sobbolle, tre minuti. E' opportuno riempire la pentola a pochi centimetri dall'orlo, per due buoni motivi: 1) più è l'acqua e più e facile controllare la temperatura; 2) più alta è l'acqua e più delicatamente riesci a farci scivolare dentro l'uovo.
Passati i tre minuti lo metti in acqua ghiacciata per bloccare la cottura. E lo metti nella sua culla.
Dài, che hai quasi finito. Ricopri il tutto con la besciamella e fai gratinare in forno.
Bon appetit!!!
Questa ricetta ha l'unico inconveniente di essere di preparazione relativamente lunga e di spazzolamento ultrarapido, per cui, anche se sei contento, vedi la tua fatica sparire dai piatti in meno di tre minuti. Come gli applausi per l'attore questo è proprio il pane del cuoco.
Bando alle ciance.
Ringraziamento: al nostro Chef di scuola, che anche questa volta mi ha stupito.
Intanto ti fai la besciamella come al solito, che poi ti servirà. Con mezzo litro di latte. Ultimamente ho la fissa di spremerci dentro un po' di concentrato di pomodoro, diciamo che è la moda del momento.
Poi ti comperi il pane carrè, per fare la base dei tuoi crostoni. Ma non è detto che non vada bene anche una adeguata fetta di pane toscano, anzi, il pan carrè è forse più .... da albergo.
I tuoi crostoni li condisci con un filo d'olio, sale e poco pepe e un po' di parmigiano grattugiato, e li sbatti in forno a diventare croccanti.
Sopra il pane carrè ci vanno gli spinaci, freschi, se vuoi che sappiano di qualche cosa, e quindi ti dovrai sobbarcare l'onere di pulirli bene. Poi li cuoci diciamo tre minuti con il cestello del vapore. Li strizzi e li raffreddi e li salti in padella con un po' di burro.
Quando sono pronti li cospargi di parmigiano e li disponi sui tuoi crostoni, facendo una piccola "culla" per l'uovo che arriverà.
Adesso puoi metterti dietro all'uovo in camicia. La solita acqua acidulata con pepe e alloro, che sobbolle, tre minuti. E' opportuno riempire la pentola a pochi centimetri dall'orlo, per due buoni motivi: 1) più è l'acqua e più e facile controllare la temperatura; 2) più alta è l'acqua e più delicatamente riesci a farci scivolare dentro l'uovo.
Passati i tre minuti lo metti in acqua ghiacciata per bloccare la cottura. E lo metti nella sua culla.
Dài, che hai quasi finito. Ricopri il tutto con la besciamella e fai gratinare in forno.
Bon appetit!!!
domenica 11 marzo 2012
Piatto unico del mezzogiorno della domenica: cannelloni
Unico perché ci sono, oltre agli zuccheri, anche le proteine, le vitamine, i sali minerali e una buona dose di calorie.
Non è proprio del mezzogiorno, ci ho lavorato due ore, quindi lo mangiamo all'una e un quarto. Ma non è troppo tardi. E comunque ne è valsa la pena.
La farcia dei cannelloni l'ho fatta così: quattro etti di salsiccia piemontese, aperta con la forbice e saltata in padella con un po' di vino bianco e una punta di cucchiaino di cumino (adoro quel profumo). Assieme ci sono andati quattro broccoletti già cotti al vapore e frantumati al coltello, che hanno cotto solo due o tre minuti. Tolta la saltiera dal fuoco ci ho messo dentro tre etti di ricotta, quella di Santo Stefano d'Aveto. Questa è la mia farcia, quasi finita.
Poi ho dovuto prepararmi i cannelloni. Quelli del commercio vengono venduti con l'indicazione di andare in forno direttamente, sempre che tu abbia una besciamella molto liquida. Non era il mio caso, motivo per cui li ho precotti qualche minuto.
Mi sono infine preparato la besciamella come al solito, 70 + 70 e un litro di latte, il sale e la noce moscata. Due mestoli di besciamella sono finiti nella farcia, per ammorbidirla.
Una volta riempiti li ho posizionati nella pirofila e ricoperti di besciamella, a cui ho aggiunto, per motivo più che altro estetico, un cucchiaio di concentrato di pomodoro. Venti minuti di forno saranno più che bastevoli.
Eccoli:
Non è proprio del mezzogiorno, ci ho lavorato due ore, quindi lo mangiamo all'una e un quarto. Ma non è troppo tardi. E comunque ne è valsa la pena.
La farcia dei cannelloni l'ho fatta così: quattro etti di salsiccia piemontese, aperta con la forbice e saltata in padella con un po' di vino bianco e una punta di cucchiaino di cumino (adoro quel profumo). Assieme ci sono andati quattro broccoletti già cotti al vapore e frantumati al coltello, che hanno cotto solo due o tre minuti. Tolta la saltiera dal fuoco ci ho messo dentro tre etti di ricotta, quella di Santo Stefano d'Aveto. Questa è la mia farcia, quasi finita.
Poi ho dovuto prepararmi i cannelloni. Quelli del commercio vengono venduti con l'indicazione di andare in forno direttamente, sempre che tu abbia una besciamella molto liquida. Non era il mio caso, motivo per cui li ho precotti qualche minuto.
Mi sono infine preparato la besciamella come al solito, 70 + 70 e un litro di latte, il sale e la noce moscata. Due mestoli di besciamella sono finiti nella farcia, per ammorbidirla.
Una volta riempiti li ho posizionati nella pirofila e ricoperti di besciamella, a cui ho aggiunto, per motivo più che altro estetico, un cucchiaio di concentrato di pomodoro. Venti minuti di forno saranno più che bastevoli.
Eccoli:
Ancora pane alla birra
Oggi mi sono di nuovo fatto il pane alla birra.
Stessa identica ricetta del pane alla Guinness, ho cambiato solo due cose: la farina e la birra.
Come sfarinato ho usato la semola rimacinata di grano duro, come birra ho usato la Moretti rossa.
Ecco che quindi non sono capace a dire quale dei due sia più buono, e forse l'ho fatto apposta. Provali entrambi.
La prossima volta ci metterò qualcosa dentro. Olive? Mandorle? Chi può sapere cosa girerà per la testa....
Eccolo, in tutto il suo splendore
Stessa identica ricetta del pane alla Guinness, ho cambiato solo due cose: la farina e la birra.
Come sfarinato ho usato la semola rimacinata di grano duro, come birra ho usato la Moretti rossa.
Ecco che quindi non sono capace a dire quale dei due sia più buono, e forse l'ho fatto apposta. Provali entrambi.
La prossima volta ci metterò qualcosa dentro. Olive? Mandorle? Chi può sapere cosa girerà per la testa....
Eccolo, in tutto il suo splendore
martedì 6 marzo 2012
Un nuovo pesto
Ma in cucina non c'è nulla di nuovo......
ci può essere soltanto il desiderio di ripetere, con qualche piccola modifica, ricette lette o ascoltate, o mangiate altrove.
L'imperativo categorico è però quello di usare gli ingredienti migliori che trovi, ma questo lo scrivo sempre.
Questo pesto, rispetto a quello genovese, ha due cambiamenti il basilico e i pinoli, rispettivamente sostituiti con la trevigiana tardiva (o anche il radicchio rosso) e le noci. Per il resto è uguale. Eppure il gusto è sinceramente diverso. Non si tratta di giudicare cosa è più buono, si tratta di fare esperimenti.
Però questo pesto ha il vantaggio, non indifferente, di essere preparato un poco più rapidamente di quell'altro.
Le mie dosi possono essere dimezzate, diciamo che possono andare bene per sei.
Trevigiana due etti puliti, anche due e mezzo. Noci un etto già pulite. 50 grammi di parmigiano e 50 di pecorino. uno spicchio d'aglio o mezzo. Il sale e l'olio evo (riviera ligure) giusti.
Nel mixer metti prima noci, aglio e un po' di olio e fai la cremina. Poi aggiungi la trevigiana già fatta a pezzettini e il formaggio grattugiato. Frulli, aggiusti di olio e di sale et voilà
Bon appetit
ci può essere soltanto il desiderio di ripetere, con qualche piccola modifica, ricette lette o ascoltate, o mangiate altrove.
L'imperativo categorico è però quello di usare gli ingredienti migliori che trovi, ma questo lo scrivo sempre.
Questo pesto, rispetto a quello genovese, ha due cambiamenti il basilico e i pinoli, rispettivamente sostituiti con la trevigiana tardiva (o anche il radicchio rosso) e le noci. Per il resto è uguale. Eppure il gusto è sinceramente diverso. Non si tratta di giudicare cosa è più buono, si tratta di fare esperimenti.
Però questo pesto ha il vantaggio, non indifferente, di essere preparato un poco più rapidamente di quell'altro.
Le mie dosi possono essere dimezzate, diciamo che possono andare bene per sei.
Trevigiana due etti puliti, anche due e mezzo. Noci un etto già pulite. 50 grammi di parmigiano e 50 di pecorino. uno spicchio d'aglio o mezzo. Il sale e l'olio evo (riviera ligure) giusti.
Nel mixer metti prima noci, aglio e un po' di olio e fai la cremina. Poi aggiungi la trevigiana già fatta a pezzettini e il formaggio grattugiato. Frulli, aggiusti di olio e di sale et voilà
Bon appetit
domenica 4 marzo 2012
Gulaschsuppe
Ritorno a casa con una ricettina niente male, che ho mangiato più volte in montagna.
Sono anche riuscito, a spizzichi e bocconi, a "intervistare" il cuoco del rifugio, un giovane slavo, che me ne ha dato una versione molto ruspante.
Ve la propongo con le correzioni che ho fatto in corso d'opera.
Piatto unico.
Andrà bene per sei-otto persone un kilo di bovino adulto, quello che usi per il bollito. Lo devi tagliare a pezzettini piccoli, diciamo cubetti di un centimetro di lato. Quando li avrai tagliati ci versi sopra 40 grammi (un barattolino) di paprica piccante. Io ne ho messi 80, ma era veramente troppa. Forse anche 30 possono andare bene. Li mescoli con le mani e li metti in forno un quarto d'ora, o li fai rosolare in padella con un filo d'olio.
Nel frattempo ti sei affettato quattro etti di cipolle bianche , e li hai fatti soffriggere bene. Quando saranno pronti li sbatti nella carne e li mescoli ancora un po', assieme a due cucchiaini di comino, fin quasi a farli attaccare.
E' questo il momento di versare un litro di birra, di aspettare che evapori l'odore alcoolico e di portare a cottura la carne aggiungendo un paio di litri di brodo (vegetale), un po' per volta. Ci vorranno un paio di orette. Nel liquido di cottura aggiungerai due foglie di alloro e quattro patate, tagliate a pezzettoni. Questo perché verso la fine della cottura le estrapoli dalla casseruola, le frulli col minipimer e ce le risbatti dentro, dimodochè il tuo sugo diventi una meravigliosa crema bruna.
Crostini fatti come già spiegato. Stasera me li sono preparati solo con una fetta di pane di segale, per ricordarmi l'impero austroungarico, da cui presumo venga questa meraviglia.
P.S. c'è una lectio che assieme alle cipolle mette dei quadretti di peperone.
Un'altra lectio (questa volta acchiappata al volo) aggiungerebbe un cucchiaio di miele di acacia, dopo la birra. Certo, il tutto resta più delicato.
A voi decidere se piace più il ruspante o il delicato.
Eccola, con i crostini standard:
Sono anche riuscito, a spizzichi e bocconi, a "intervistare" il cuoco del rifugio, un giovane slavo, che me ne ha dato una versione molto ruspante.
Ve la propongo con le correzioni che ho fatto in corso d'opera.
Piatto unico.
Andrà bene per sei-otto persone un kilo di bovino adulto, quello che usi per il bollito. Lo devi tagliare a pezzettini piccoli, diciamo cubetti di un centimetro di lato. Quando li avrai tagliati ci versi sopra 40 grammi (un barattolino) di paprica piccante. Io ne ho messi 80, ma era veramente troppa. Forse anche 30 possono andare bene. Li mescoli con le mani e li metti in forno un quarto d'ora, o li fai rosolare in padella con un filo d'olio.
Nel frattempo ti sei affettato quattro etti di cipolle bianche , e li hai fatti soffriggere bene. Quando saranno pronti li sbatti nella carne e li mescoli ancora un po', assieme a due cucchiaini di comino, fin quasi a farli attaccare.
E' questo il momento di versare un litro di birra, di aspettare che evapori l'odore alcoolico e di portare a cottura la carne aggiungendo un paio di litri di brodo (vegetale), un po' per volta. Ci vorranno un paio di orette. Nel liquido di cottura aggiungerai due foglie di alloro e quattro patate, tagliate a pezzettoni. Questo perché verso la fine della cottura le estrapoli dalla casseruola, le frulli col minipimer e ce le risbatti dentro, dimodochè il tuo sugo diventi una meravigliosa crema bruna.
Crostini fatti come già spiegato. Stasera me li sono preparati solo con una fetta di pane di segale, per ricordarmi l'impero austroungarico, da cui presumo venga questa meraviglia.
P.S. c'è una lectio che assieme alle cipolle mette dei quadretti di peperone.
Un'altra lectio (questa volta acchiappata al volo) aggiungerebbe un cucchiaio di miele di acacia, dopo la birra. Certo, il tutto resta più delicato.
A voi decidere se piace più il ruspante o il delicato.
Eccola, con i crostini standard:
giovedì 1 marzo 2012
Marco Polo 6 - la Crème Clamart
Ritorno ai miei lettori dopo qualche giorno di pausa.
Approfitto della settimana bianca, durante la quale mi sono fatto raccontare
una bella ricetta, domani forse la metterò, se ce la fo.
Ma torniamo alla Clamart. L’abbiamo fatta a scuola e devo
dire che è finita nel blog perché mi è piaciuta moltissimo.
Se si volesse svilirla la si potrebbe chiamare passata di
piselli, ma è un’insolenza e non lo faccio.
La voglio raccontare così come me la ricordo, anche in
seguito alle note che mi ha mandato il nostro Chef.
Si tratterà di fare un soffritto con preponderante quantità
di cipolla, molto meno carota e sedano. Ma forse qualsiasi profumo ci butti
dentro ci potrà star bene. Quando il soffritto è a tiro ci butti un kilo o
mezzo kilo di piselli, a seconda di quanti siete, fai rosolare anche loro e li
sfumi col vino bianco, NON tirato fuori dal frigorifero. Quando poi l’odore
alcolico è svanito porti a cottura con brodo vegetale (ecco che qui ritornano i
profumini: prezzemolo ecc ecc). Quanto metterne è il primo problema. Ricordati
che farai un passato: non c’è il problema della durezza, sia per la natura del
legume sia per il fatto che frullerai. Il problema semmai è la solita guerra
contro l’acqua, che se ne metti troppa il sapore dei tuoi pisellini si perde.
Certo, non è acqua, è brodo vegetale ma la crema deve sapere di piselli. Se poi
la farai nella loro stagione, maggio e giugno, il loro sapore sarà ancora più
deciso. Ma i surgelati non sono comunque male.
Per cui io ho optato per coprire d’acqua i piselli. Non di
più. Più buono è il brodo che metterai più sarà saporita la tua crema.
Ricordarsi che “buono” non vuol dire “grasso”, e quindi il brodo avanzato della
gallina non è indicato (non buttarlo via, però).
Dopo un po’ (po’ che giudicherai assaggiando i piselli)
arriva il momento del frullatore ad immersione. Non avere fretta! Gira
lentamente, regalati qualche minuto di relax puro. C’è più relax nel frullare
la Clamart che in una sauna, il minipimer ti aiuta a svuotare la mente…….
Adesso viene il bello. Ci vuole il Chinoise, non c’è santo.
Se il tuo passato deve diventare una crema ci vuole il chinois. E non sarà
neanche una cosa semplice, ti dovrai far aiutare da chi ti vuole bene. Dal
chinois uscirà una crema omogenea, regolare, non liquida, nu babbà.
E qui si ritorna, a bomba, al motivo per cui a scuola si è
fatta la Clamart, dopo la Parmentier. Questa ha le patate come legante, la
Clamart invece ha, mancandole l’amido, la farina di riso. Se dovessi,
nell’assaggio, rilevare che la tua crema è un po’ troppo liquida ti aiuterai
con la farina di riso, diluita nell’acqua e versata nella crema. Ottimo
aggregante.
Un secondo prima di portarla in tavola, quando la tua crema
avrà una temperatura inferiore agli ottanta gradi, sbatti due o tre rossi (se
hai usato un kilo di piselli) con 50cc di panna liquida strafresca. Versi nella crema, dai un'ultima mescolata e porti in
tavola.
E i crostini?
I crostini li puoi fare prima di cominciare, ma bene.
Intanto ti comperi il pane carrè senza la crosta, che risparmi un po’ di tempo.
Poi fai i cubetti, ci versi un po’ di olio evo, non forte, un paio di cucchiai
di reggiano, sale e molto poco pepe. Li mescoli con le tue manine d’oro e lo
sbatti in forno nella teglia per la pizza, che a scuola devesi chiamare
gastronorm……..
ricetta dedicata a Renato Cremona
domenica 19 febbraio 2012
KOS – 3
Michele cercò di dormire ancora un po’, era troppo presto e
solo una debole luce filtrava dalla gelosia. L’aveva vista vestirsi,
rapidamente, e non si era sentito di dirle neanche “Ciao”. Questo andarsene
furtiva l’aveva un po’ irritato, e che maniere! Si sentiva, e non era la prima
volta, abbandonato, ed era come al solito sensazione molto dolorosa. In fin dei
conti non aveva mica fatto qualcosa di male. Certo che le donne sono proprio
strane.
Un altro po’ di sonno gli avrebbe fatto bene, quel giorno
iniziava il turno alle due. Ma si girava continuamente, strizzando gli occhi
per volersi riaddormentare a tutti i costi, e non riusciva neanche a trovare
una posizione comoda.
Vabbè, stamattina è così, mi farò la colazione. Tanto per
fare qualcosa.
Intanto che faceva i soliti movimenti, da anni sempre gli
stessi, non riusciva a staccarsi dalla testa il volto di quella donna. Pensò
alla notte appena finita: non era stato poi così male. Gli sarebbe piaciuto un
secondo round ma chissà, magari non aveva neanche ottenuto un buon voto…...
Ricacciò indietro quel pensiero. In fin dei conti sono come
sono, non mi posso mica cambiare. Se Achiropìta cercava gli ardori di un
giovanotto ha sbagliato di brutto i suoi conti.
Lui invece era rimasto contento, come quando resti con un
buon sapore in bocca, e proprio per questo la paura di non vederla più lo
pungeva più forte.
Cominciò a riflettere con la tazza in mano, se doveva
cercarla lui o se invece avesse dovuto aspettare che fosse lei a fare il primo
passo. Non era una decisione semplice da prendere. Quando bevve un sorso di
caffelatte freddo capì che i minuti erano passati. Inutilmente. Non voleva
sembrare in preda a una cotta come un ragazzino, si sarebbe trovato in una
posizione di inferiorità, ma, ovviamente, non voleva rischiare di perdere
questa occasione, che aveva tanto il sapore di una delle ultime. Non sapeva
quasi niente di lei ma questo gliela faceva sentire vicina proprio come se
avesse sempre saputo tutto.
Chissà come avrebbe potuto cambiare la sua vita vicino a
lei; magari un ristorantino, quello che lui aveva sempre sognato, subito dietro
la spiaggia di un’isola, Itaca, per esempio. Una specie di rifugio per due, ma
sempre aperto a tutti, dove il pesce sarebbe passato dalla barca alla cucina
nel breve volgere di un attimo. Lui in cucina e lei in sala. E qualche tavolo,
non più di cinque, sotto la vite, per poter mangiare tranquillamente guardando
il mare, lo stesso che Ulisse aveva solcato. E ovviamente il bello di
condividere un lavoro che piaceva a entrambi.
Ma la realtà è un’altra cosa, e Michele annuiva e inseguiva
puerilmente questi sogni, sempre con la tazza in mano.
Avrebbe visto la posta elettronica, suo canale preferenziale
di comunicazione col mondo.
Intanto che scorreva l’elenco delle mail, decidendo seduta
stante chi leggere e chi no, gli venne in mente che poteva chiedere un
consiglio ad Adriano, il suo amico del cuore.
Si conoscevano da sempre e, anche se ultimamente non si
vedevano poi tanto spesso, a motivo dei lavori che facevano, c’era fra loro una
profonda sintonia, derivata non solo dal fatto di conoscersi da più di quaranta
anni ma soprattutto dal fatto di avere condiviso cose tristi della vita, o
perlomeno di averci provato. Forse condividere le cose spiacevoli non ne
diminuisce la portata ma comunque aiuta a non sentirsi il centro dell’universo
del dolore. Avevano convinzioni religiose del tutto diverse ma questo non
impediva certo di parlarne. La scuola che avevano frequentato insieme almeno
questo gli aveva insegnato, che non ci sono cose di cui non puoi parlare con un
amico. Oltre a un certo piacere della cultura, talvolta fine a sé stesso.
Adriano aveva un figlio, ancora al liceo, e viveva semplicemente e unicamente
per lui, cercando con tutte le sue forze di non metterlo mai in mezzo ai
problemi che aveva con la sua ex moglie. E di questo il ragazzo, Michele
l’aveva ben realizzato, gli era profondamente grato. La casa di Adriano e della
nonna era per lui un porto sicuro.
Questa è la mail di Michele ad Adriano:
“Carissimo,
ti scrivo dalla mia stanzetta del resort dell’isola di Kos,
dove già sai che lavoro, con un contratto formalmente a tempo indeterminato ma
per me a tempo determinato, anche se non so per quanto tempo: forse fino a
quando non cambierà la direzione del vento. Spero che il tuo lavoro nel
grattacielo vada bene. Qui, dopo tanta fatica per diventare capopartita, è già
solo routine. Diceva giustamente mio nonno che se non sai che cosa vuoi
veramente non riuscirai mai ad essere felice. Il mio problema è che voglio tante
cose, forse troppe, e tutte subito e tutte insieme. E’ la mia nemesi.
Ti partecipo infatti che ne ho combinata un’altra delle mie.
Qui nel resort ho trovato una donna, forse sarebbe meglio
dire una leonessa con una criniera nera, che mi ha fatto, di nuovo, uscire
pazzo. Trattasi di donna, la cui età non ho ancora ben capito, e che non ho
ancora chiesto, che a momenti vedo come un cucciolo bisognoso soltanto di
essere tenuto appoggiato sul cuore, a momenti vedo come un’aquila, che ha
bisogno invece di volare nello spazio infinito, libera e sola con sé stessa. E
quando la vedo come un’aquila non so come avvicinarmi a lei, perché non sono
capace a volare.
Ha la sventura di lavare le stoviglie in cucina, qui da noi,
ma non si sente per nulla umiliata dal lavoro che fa. Dopo un primo approccio,
timidissimo, da parte di entrambi direi, siamo usciti insieme iersera e ti
dico, con la migliore franchezza di cui sono capace, che ho passato la sera più
dolce da tanti anni a questa parte.
Sarà stato il posto, sarà stata la stagione, meravigliosa in
questo momento, saranno state le ombre della sera, sarà stata una combinazione
astrale ma mi sentivo appoggiato sopra una nuvoletta, mentre parlavo con lei.
Ti ricorderai bene “Ille mi par esse deo videtur…”: ho passato la vita a
cercare di ricreare quell’attimo che racconta Saffo, e ogni volta che ho
immaginato di esserci vicino mi sono preso la solita trambata, come sai bene.
Abbiamo passato la notte insieme e non abbiamo dormito
molto. Da tempo, vorrei dire immemorabile (anche se non è vero perché ricordo
tutto e tutte) non ero così felice.
Stamattina l’aquila ha preso il volo, come una gazza,
scappando senza neanche lasciarmi una carezza per incominciare la giornata, e
lasciandomi perciò un certo amaro in bocca, come se mi avesse detto che si era
pentita. E dire che io ci avevo messo sopra il cuore, perché sai bene che io mi
butto a capofitto in questo genere di attività.
E adesso? Dimmelo tu che debbo fare, perché sono qui come
l’asino di Buridano, con la tazza del caffelatte in mano. Il mio istinto, che
sbaglia quasi sempre, mi suggerisce di andarla a cercare subito e di
prendermela in braccio, anche davanti a tutti, perché no, e di coprirla di
baci. Ma mi terrorizza l’idea che possa anche solo guardarmi di traverso.
E se facessi finta di niente? In fin dei conti una notte
passata insieme non è molto. O no?
Ti prego, dimmi qualcosa, anche solo che mi capisci, perché
io non mi sono mai ben capito.
Dai un bacio al ragazzo”.
miche
Si alzò dalla scrivania e uscì rapidamente. Era frastornato
parecchio e pensò che una nuotata gli avrebbe rischiarato le idee.
Camminò quasi di corsa fino alla sua spiaggetta, contornata
di rocce che garantivano un certo isolamento, e si buttò nell’acqua fresca del
mezzogiorno, cercando di stare sott’acqua il più possibile, proprio perché
voleva essere completamente avvolto dall’acqua. Michele adorava il mare, e
sapeva bene il perché. Il mare era per lui il ricordo inconscio del liquido
amniotico, quando soggiornava nell’ambiente più accogliente di tutti. Mentre tu
pensi “hic manebimus optime” dopo qualche mese ne sarai cacciato via con una
violenza tale da non poterne nemmeno avere il ricordo. Mezzora stette in acqua,
cercando di non pensare a niente e riuscendoci, anche se solo per qualche
attimo.
Il silenzio della spiaggia e l’affollamento dei pensieri
furono complici, e quando si svegliò era quasi l’una. Non era tardi ma voleva
incominciare a lavorare come al solito, dieci minuti prima del dovuto. Quindi
tornò al resort e passò un attimo in cucina, furtivamente, a prepararsi due
spaghetti con le cozze, le melanzane e il pane grattato, neanche un etto di
pasta, la dose “tipica” dei ristoranti.
Entrò in camera per prepararsi al lavoro e vide che il
computer lampeggiava, segno che c’erano nuove mail non lette. Mancavano venti
minuti alle due, decise che il tempo c’era.
Si sedette e lesse:
“Caro Miche,
vedo che sei sempre eguale, e che riesci a essere croce e
delizia di te stesso. Gli avvenimenti del passato non sono riusciti a
insegnarti niente, neanche ad essere un po’ più sereno e distaccato dai casi
della tua vita.
In particolare, riguardo quest’ultimo, le parole che scrivi,
ma soprattutto quelle che non scrivi, mi inducono a consigliarti di accogliere
questa (e vedrai che non è l’ultima!) possibilità di avere finalmente trovato
la donna “giusta”.
Comunque sia se non ti butti non lo saprai mai, e questa
leonessa dalla criniera nera, mi sta già parecchio simpatica. Mandami una
vostra foto”.
Adriano
Il suo amico riusciva molto bene nel fargli da specchio, e
sapeva come scrivere le cose che lui si sarebbe voluto sentir dire.
Rispose solo con “OK, sarai il primo a sapere il seguito”.
Uscì, vestito con la sua candida divisa, e con dentro una
consapevolezza nuova.
giovedì 16 febbraio 2012
Capesante su besciamella al curry
Ricetta minimalista ma non per questo da considerare con pregiudizio.
Intanto ti prepari una semplice salsa al curry, con uno scalogno tritato finemente e 50 grammi di burro: non appena incomincia a prendere il colore ci metti due cucchiaini di curry e fai cuocere un attimo, tanto perché si amalgami bene.
Lasci lì e ti fai mezzo litro di besciamella, con normale dose di farina e burro (35+35). Non dimenticare il sale. A te decidere se metterci la noce moscata.
Adesso ti puoi dedicare tranquillamente alle capesante, che, se avrai una brigata sollecita, troverai con le noci già pulite, tutt'al più se vorrai le potrai tagliare a metà.
Le salti in padella con un altro po' di burro e alla fine gli dài una bella flambata con due dita di cognac (o brandy). Non farle cuocere troppo!
Ed ecco il piattino finito.
Come sempre a seconda di quante ne dài saranno antipasto o secondo.
Intanto ti prepari una semplice salsa al curry, con uno scalogno tritato finemente e 50 grammi di burro: non appena incomincia a prendere il colore ci metti due cucchiaini di curry e fai cuocere un attimo, tanto perché si amalgami bene.
Lasci lì e ti fai mezzo litro di besciamella, con normale dose di farina e burro (35+35). Non dimenticare il sale. A te decidere se metterci la noce moscata.
Adesso ti puoi dedicare tranquillamente alle capesante, che, se avrai una brigata sollecita, troverai con le noci già pulite, tutt'al più se vorrai le potrai tagliare a metà.
Le salti in padella con un altro po' di burro e alla fine gli dài una bella flambata con due dita di cognac (o brandy). Non farle cuocere troppo!
Ed ecco il piattino finito.
Come sempre a seconda di quante ne dài saranno antipasto o secondo.
martedì 14 febbraio 2012
Vitello tonnato al cubo
Ricetta dello Chef Gusella (per i
genovesi: è lo Chef della trattoria “Da Franca”), che è un
grande. Mi ha insegnato a cuocere il vitello nel sottovuoto, e non è
poco.
Ci vorrà un pezzo di
vitello: se comprerai un pezzo di quarto anteriore tanta meglio, nel senso che dovresti risparmiare
significativamente. Io non sono riuscito a trovarlo.
Nel sacchetto del sottovuoto ci metti
il tuo pezzo di vitello, la carotina, la costa di sedano, la cipolla, tutte a pezzettini, qualche gambo di prezzemolo e 9 grammi di sale bilanciato per kilo di
carne, che vorrebbe dire due terzi di sale e uno di zucchero. Cioè:
se la tua carne è un kilo metterai sei grammi di sale fino e tre di
zucchero. Una mestolata di acqua.
Poi sigilli il sacchetto. Se hai la
macchinetta del sottovuoto tanto meglio, se noi fai una nodo.
L'importante è che il sacchetto di plastica sia resistente e non
perda. Alla peggio ne puoi mettere uno dentro un altro.
A questo punto la carne è pronta,
abbisogna solo di essere cotta almeno otto ore in acqua a 80°C. Nota
bene: più il pentolone è grosso e più acqua ci sta e meglio potrai
controllare la tua temperatura.
Io ho usato la sonda. Se non ce l'hai e
non vuoi comperarla lo metti sul fornello più piccolo e controlli
che solo ogni tanto si faccia qualche bolla.
Nelle otto ore che hai davanti farai
tante belle cose fra le quali la salsa tonnata.
Gusella la fa così: nel frullatore
metti due fette di pane ammollate nell'aceto bianco, venti capperi
sotto sale, 300 grami di tonno sott'olio, il più buono che trovi, 2
filetti di acciughe salate diliscate bene.
Quando è tutto frullato bene ci
aggiungi la maionese che ti sei fatto col minipimer come al solito,
300 cc di olio di semi di arachide, un uovo e un rosso, aceto bianco,
sale, pepe bianco.
Mescoli la maionese alla tua salsa in
quantità tale da ottenere la consistenza e la cremosità (o la
granulosità) che desideri.
E anche questa è una cosa fatta.
Passate le otto, o nove o dieci ore, ti
prendi il tuo vitello, lo spacchetti, conservando la brodazza, che è
sapore allo stato puro, e lo tagli a cubetti. Se non li usi subito li metti ad aspettare nel loro brodo.
Quando è il momento di impiattare li appoggi su un lettino di salsa
e guarnisci con due frutti del cappero.
Bon appetit, e questo è davvero buono!
domenica 12 febbraio 2012
Polpettone all'uso zingaro
Pubblico anche io questa ricetta, nell'accorata speranza che i miei Amici, lettrici e lettori, non l'abbiano già letto, e sulla carta stampata e in altri blog. Dal che se ne deduce che non sia poi questa grande novità.
La Maestrina che abita con me, divoratrice di romanzi, mi segnala che, nell'ultimo romanzo che ha letto uno dei personaggi è l'Artusi, il quale racconta una ricetta che gli è particolarmente piaciuta.
E' giusto dire subito che il romanzo è "Odore di chiuso", di Marco Marvaldi, Ed. Sellerio.
Questo giovane scrittore riesce, a mio personalissimo modo di vedere, a ricreare la prosa di Artusi con grande naturalezza.
Ecco quindi la ricetta:
"Tonno sott'olio gr. 500
peperoni gialli n. 2
pane del giorno avanti gr. 300
olive nere gr. 100
uova n. 2
latte dl. 2
olio tre cucchiaiate
burro gr. 20
pangrattato gr. 40
panna della più fine dl. 0,5
costole di sedano lunghe un palmo n. 3
prezzemolo alcune foglioline.
Avendo a disposizione olive taggiasche il piatto ne guadagnerebbe.
Passare i peperoni sulla fiamma onde spellarli con facilità, soffregandoli sulla carta gialla; mondarli, privarli dei semi e tagliarli a pezzetti. In un'ampia padella fare soffriggere il sedano a sottili fettine e quando avrà preso il colore aggiungere il peperone e far cuocere per il tempo di un saluto a una bella dama. Mettere nel frattempo il pane ad ammollare nel latte dopo avergli fatto alzare il bollore. Aggiungere indi il tonno, dopo averlo sbriciolato con una forchetta, e lasciare che si ritiri. In successione, sempre girando, aggiungere olive snocciolate, il pane ammollato e strizzato, prezzemolo, sale e pepe. Lasciar quindi raffreddare.
In una ciotola riprendere il composto, intridendolo con le uova, e lavorandolo bene colle mani; poi legare con la detta panna.
Si unga quindi una teglia di rame stagnato e si spolverizzi con la metà del pangrattato; versare quindi il composto, coprire la superficie col resto del pangrattato e cuocerlo nel forno o nel forno da campagna.
Questa dose potrà bastare per quattro persone; ed anche di più, se si accontentano".
Qualche attento osservatore noterà che il pan grattato non è completamente tostato. Tanta era l'ansia di assaggiarlo che l'ho mangiato anzitempo. Comunque era perfetto.
La Maestrina che abita con me, divoratrice di romanzi, mi segnala che, nell'ultimo romanzo che ha letto uno dei personaggi è l'Artusi, il quale racconta una ricetta che gli è particolarmente piaciuta.
E' giusto dire subito che il romanzo è "Odore di chiuso", di Marco Marvaldi, Ed. Sellerio.
Questo giovane scrittore riesce, a mio personalissimo modo di vedere, a ricreare la prosa di Artusi con grande naturalezza.
Ecco quindi la ricetta:
"Tonno sott'olio gr. 500
peperoni gialli n. 2
pane del giorno avanti gr. 300
olive nere gr. 100
uova n. 2
latte dl. 2
olio tre cucchiaiate
burro gr. 20
pangrattato gr. 40
panna della più fine dl. 0,5
costole di sedano lunghe un palmo n. 3
prezzemolo alcune foglioline.
Avendo a disposizione olive taggiasche il piatto ne guadagnerebbe.
Passare i peperoni sulla fiamma onde spellarli con facilità, soffregandoli sulla carta gialla; mondarli, privarli dei semi e tagliarli a pezzetti. In un'ampia padella fare soffriggere il sedano a sottili fettine e quando avrà preso il colore aggiungere il peperone e far cuocere per il tempo di un saluto a una bella dama. Mettere nel frattempo il pane ad ammollare nel latte dopo avergli fatto alzare il bollore. Aggiungere indi il tonno, dopo averlo sbriciolato con una forchetta, e lasciare che si ritiri. In successione, sempre girando, aggiungere olive snocciolate, il pane ammollato e strizzato, prezzemolo, sale e pepe. Lasciar quindi raffreddare.
In una ciotola riprendere il composto, intridendolo con le uova, e lavorandolo bene colle mani; poi legare con la detta panna.
Si unga quindi una teglia di rame stagnato e si spolverizzi con la metà del pangrattato; versare quindi il composto, coprire la superficie col resto del pangrattato e cuocerlo nel forno o nel forno da campagna.
Questa dose potrà bastare per quattro persone; ed anche di più, se si accontentano".
Qualche attento osservatore noterà che il pan grattato non è completamente tostato. Tanta era l'ansia di assaggiarlo che l'ho mangiato anzitempo. Comunque era perfetto.
martedì 7 febbraio 2012
Stinco di maiale alla Guinness
Lo sapete bene che io vado a periodi, o a mode, ed è ritornata quella della Guinness. Metterei la Guinness dappertutto, mi piace troppo, anche se debbo dire che, nella mia piccola cerchia di amici, sono pressoché l'unico. Pazienza, me la bevo da solo, anche perché quella strana pallina bianca mi fa impazzire.
Avevo pertanto gli stinchi portati dalla montagna, conservati sottovuoto, che imploravano ormai di essere cotti in qualche maniera. Lo stinco, alla fine della fiera, più che sbatterlo in forno con un po' di odori in forno non si fa, ed era proprio quello che volevo evitare. Volevo una ricettina nuova. Mi è venuto in soccorso questo blog, Murzillo Saporito, carino nel nome e nei contenuti, con la ricetta che cercavo io, ed è proprio questa: Stinco alla Guinness.
E' consigliata per Natale ma che vuol dire? Ogni domenica può essere Natale se si cucina per amore.
Non ho cambiato proprio niente. Solo che l'ho fatta nella paellera, che era l'unico contenitore che mi permetteva di deglassare il fondo di cottura.
Fra l'altro ho anche assaggiato le mele annurche, buonissime crude e strabuone cotte.
Ecco la mia pirofila. Posso ben dire che la Guinness ha dato agli stinchi quella marcia in più che cercavo.
Provare per credere.
Avevo pertanto gli stinchi portati dalla montagna, conservati sottovuoto, che imploravano ormai di essere cotti in qualche maniera. Lo stinco, alla fine della fiera, più che sbatterlo in forno con un po' di odori in forno non si fa, ed era proprio quello che volevo evitare. Volevo una ricettina nuova. Mi è venuto in soccorso questo blog, Murzillo Saporito, carino nel nome e nei contenuti, con la ricetta che cercavo io, ed è proprio questa: Stinco alla Guinness.
E' consigliata per Natale ma che vuol dire? Ogni domenica può essere Natale se si cucina per amore.
Non ho cambiato proprio niente. Solo che l'ho fatta nella paellera, che era l'unico contenitore che mi permetteva di deglassare il fondo di cottura.
Fra l'altro ho anche assaggiato le mele annurche, buonissime crude e strabuone cotte.
Ecco la mia pirofila. Posso ben dire che la Guinness ha dato agli stinchi quella marcia in più che cercavo.
Provare per credere.
domenica 5 febbraio 2012
Pane alla Guinness
C'è tanta gente che ha un cattivo rapporto con il cibo, non lo dico solo io, lo si può anche leggere qui: ballerina
Io, che ho la fortuna di avere un buon rapporto con il cibo (anzi troppo buono) ho invece un cattivo rapporto con la lievitazione. Ho anche una recente ricetta che, pur avendone la possibilità (foto pronte) non ho pubblicato per questo motivo. Non so perché, forse la mia cucina non è abbastanza calda, non ho termosifoni su cui appoggiare le cose, insomma non mi riesce. Motivo per cui quei rari casi in cui mi riesce diventano occasione di grande felicità, e scusate se è poco....
Da Marta e Donatella di Chef per caso avevo a suo tempo fatto anche questo pane, che iersera ho deciso di rifare.
E' un pane veramente "qualsiasi", ma invece dell'acqua userai una lattina di Guinness, non di frigo, naturalmente.
Quindi il solito mezzo chilo di farina, il solito cubetto di lievito, un cucchiaino e mezzo di zucchero e altrettanto di sale.
Mescoli i tuoi ingredienti, come al solito tenendo lontano il sale dal lievito, fai la palla e la metti a lievitare un'ora in una terrina, ungendola bene con un filo di olio.
Al caldo e coperta.
Dopo un'ora le dai un pugno, così ti sfoghi anche, la reimpasti brevemente e aspetti ancora una ventina di minuti (cosiddetta "doppia lievitazione"). In questi 20 minuti metti una pentola di acciaio inox nel forno a 180 °C, cosicchè, quando saranno scaduti, potrai versare il tuo impasto con movimento deciso nella pentola e aspettare tre quarti d'ora.
E' così bello il mio pane che gli ho fatto due foto, cosa rara per il mio blog.
Grazie di cuore a chef per caso!
Marta e Donatella consigliano: puoi usarlo per le tartine, con formaggi a piacere, speck, cetriolini wurstel e senape. Concordo in tutto.......
Io, che ho la fortuna di avere un buon rapporto con il cibo (anzi troppo buono) ho invece un cattivo rapporto con la lievitazione. Ho anche una recente ricetta che, pur avendone la possibilità (foto pronte) non ho pubblicato per questo motivo. Non so perché, forse la mia cucina non è abbastanza calda, non ho termosifoni su cui appoggiare le cose, insomma non mi riesce. Motivo per cui quei rari casi in cui mi riesce diventano occasione di grande felicità, e scusate se è poco....
Da Marta e Donatella di Chef per caso avevo a suo tempo fatto anche questo pane, che iersera ho deciso di rifare.
E' un pane veramente "qualsiasi", ma invece dell'acqua userai una lattina di Guinness, non di frigo, naturalmente.
Quindi il solito mezzo chilo di farina, il solito cubetto di lievito, un cucchiaino e mezzo di zucchero e altrettanto di sale.
Mescoli i tuoi ingredienti, come al solito tenendo lontano il sale dal lievito, fai la palla e la metti a lievitare un'ora in una terrina, ungendola bene con un filo di olio.
Al caldo e coperta.
Dopo un'ora le dai un pugno, così ti sfoghi anche, la reimpasti brevemente e aspetti ancora una ventina di minuti (cosiddetta "doppia lievitazione"). In questi 20 minuti metti una pentola di acciaio inox nel forno a 180 °C, cosicchè, quando saranno scaduti, potrai versare il tuo impasto con movimento deciso nella pentola e aspettare tre quarti d'ora.
E' così bello il mio pane che gli ho fatto due foto, cosa rara per il mio blog.
Grazie di cuore a chef per caso!
Marta e Donatella consigliano: puoi usarlo per le tartine, con formaggi a piacere, speck, cetriolini wurstel e senape. Concordo in tutto.......
martedì 31 gennaio 2012
I libri di cucina
Ho aggiornato con gli ultimissimi acquisti, in verde, l'elenco dei miei libri di cucina, che vedo spesso consultato.
Sappiate che posso prestare, regalare, spedire.........
lunedì 30 gennaio 2012
Frittata con i broccoli
Due ricettine ultrarapide, per non perdere l'abitudine di scrivere quello che cucino e che mi piace. La prima ricettina è mutuata da una quiche che ho fatto nel passato, di grande soddisfazione.
Si tratta di comperarsi un po' di broccoli e di farli a pezzettini abbastanza piccoli da poter essere cotti nel cestello a vapore in pochi minuti. In questi minuti farai a cubetti una fetta di speck spessa 5-10 millimetri che matterai in padella a prendere il colore. Poi la levi e nella stessa padella rosoli una mezza cipolla, un cucchiaio di olio evo e i broccoli.
Quando tutto è pronto rompi le uova, le sbatti, le sali, ci metti un po' di ricotta setacciata e mescoli tutto assieme.
Termini la frittata alla solita maniera.
Più veloce di così........
Si tratta di comperarsi un po' di broccoli e di farli a pezzettini abbastanza piccoli da poter essere cotti nel cestello a vapore in pochi minuti. In questi minuti farai a cubetti una fetta di speck spessa 5-10 millimetri che matterai in padella a prendere il colore. Poi la levi e nella stessa padella rosoli una mezza cipolla, un cucchiaio di olio evo e i broccoli.
Quando tutto è pronto rompi le uova, le sbatti, le sali, ci metti un po' di ricotta setacciata e mescoli tutto assieme.
Termini la frittata alla solita maniera.
Più veloce di così........
Filetti di triglie? No.........
Oggi si mette prima la foto, che è carina, e sembra una montagnola di filetti di triglie saltati in padella.
Invece no.
Trattasi del solito finocchio, saltato in padella con l'olio e il peperoncino. Quando ha incominciato a prendere il colore ci ho versato dentro tre cucchiai del mio aceto, che è il frutto di un regalo del mio amico Walter, che ultimamente si è presentato con un barattolino con dentro la madre, anzi la Muë', scritto in genovese.
Questo aceto che mi sono preparato ha il grande pregio di non essere aspro. Per cui ho terminato la cottura come al solito, incoperchiato e a fuoco dolce.
Per soprammercato mi sono anche mangiato la barba del finocchio, perchè sono goloso, anzi "leccardon".
Per un contorno "diverso".
giovedì 26 gennaio 2012
KOS - 2
Achiropìta scendeva
lentamente la stradina che dal resort portava al porto vecchio,
lastricata di piccoli ciottoli bianchi, resi lisci dal tempo.
Camminava lentamente, misurando un passo dopo l'altro, seguendo con
la mente certi suoi disegni che indovinava nelle linee fra i sassi, i
margini dei quali non voleva assolutamente calpestare.
Questo la aiutava a
svuotare la mente completamente, così come quando lavava montagne di
piatti, e quella mattina anche a concentrarsi su un unico pensiero.
Si domandava il senso di
quello che era successo, e soprattutto il fine, ma non riusciva a
trovare risposta. Era profondamente impaurita dal fatto di essersi
abbandonata completamente, anche se solo per qualche ora: aveva
ancora addosso tutte le cicatrici del passato, quando, sempre
sbagliando, si era immaginata di avere finalmente trovato la sua
mezza mela, e aveva preso certe sonorissime facciate il cui rimbombo
le era ancora nelle orecchie. Tutte quelle cicatrici non sarebbero
andate più via, e la più recente addirittura colava ancora alcune
gocce di sangue.
Non se la sentiva proprio
di rimettersi in gioco, troppo era stato il dolore e poca , e breve,
la gioia. Fra l'altro c'era tutto il resto, i figli soprattutto, quel
miserabile ma necessario lavoro e quel meraviglioso sogno che
accarezzava ogni sera prima di addormentarsi, quello di un forno
tutto suo.
D'altro canto quell'uomo
era riuscito ad incantarla. Non solo la sua vicinanza era piacevole
da morire, e le storie che raccontava erano magicamente trasfigurate
nelle sue parole, ma essergli accanto le dava tranquillità e fiducia
nel futuro, sensazioni che non aveva fino ad allora conosciuto. Mai
le era successo di cedere al primo appuntamento, anche se spesso era
stata lei a decidere l'intimità. Ma iersera tutto era stato diverso.
Camminava e pensava,
assorta, fino a che un ciottolo più sporgente degli altri non la
fece scivolare, cadendo per fortuna sulla parte più morbida e
strappandole un piccolo sorriso.
Decise improvvisamente
che sarebbe andata da Maia. C'era solo qualche rampa di scale da fare
e poi sarebbe arrivata.
Maia era la donna con il
terzo occhio, e più di una volta l'aveva aiutata a capire cosa aveva
dentro il cuore. Di lei nessuno sapeva nulla se non il posto dove
abitava, che era casa e studio a un tempo, e anche punto di appoggio
per gatti randagi bisognosi di cure. Maia era una donna senza età,
con il viso come quello delle Sibille della cappella Sistina, solcato
dalla vita, ma principalmente dai racconti delle vite degli altri.
Faceva le carte, solo agli amici, e barattava la sua conoscenza del
futuro per un po' di cibo per gatti. Ma soprattutto aveva le parole
giuste per spingerti a percorrere il tuo destino. Anche lei faceva
parte del mito, del resto come tutto in quell'isola della Grecia.
Achiropìta entrò e
subito fu prese alla gola da un odore vagamente dolciastro,
quell'odore della carne troppo frollata, quella che Maia dava ai suoi
gatti.
“Ti aspettavo”, si
sentì dire da dietro una tenda, ed ebbe subito un tuffo al cuore.
Era tanto che non andava da Maia e già questo era per lei un segno
che qualcosa sarebbe successo, così come era la più lampante
dimostrazione che Maia aveva davvero il terzo occhio.
“Come stai, piccola
mia?” Maia le venne incontro a braccia aperte, con una gatta
dolcemente agganciata alle sue spalle. “Ciao Maia, sai che quando
vengo da te è perchè non sto bene”, “lo so bene, siediti che ci
beviamo un ouzo, quello che mi mandano da Lesbo, poi mi racconterai”.
Intanto che beveva
lucidava le idee su quell'uomo e su quello che avrebbe raccontato, e
per un attimo si domandò se aveva fatto bene ad andare lì, o se non
fosse stato meglio non pensarci più, da subito. Ma era seduta lì e
Maia non era solo la donna dal terzo occhio, era per lei quasi una
madre, e le voleva un bene dell'anima. Achiropìta non aveva
conosciuto la mamma, fuggita subito dopo il parto, e crescere solo
con il padre era stato difficile, anche se c'era in qualche modo
riuscita, ma non come come avrebbe voluto che fosse.
Incominciò allora a
raccontare di quell'uomo, del loro primo incontro, e di come il suo
parlare, forse un po' troppo da signore, l'avesse colpita. Non
l'aveva facilmente dimenticato e nei giorni successivi l'aveva
guardato da lontano, per capire che tipo potesse essere, senza
peraltro capire, perchè sul lavoro era efficiente e irreprensibile.
Si capiva che cucinava animato da una grande passione, e tutte le
cose che preparava, anche lei era riuscita ad assaggiare qualcosa,
avevano il sapore dell'amore che ci aveva messo nel cucinarle. Anche
nel rapporto con i suoi sottoposti era certamente strano: vi erano
giorni in cui sembrava che fossero amiconi e le battute e le risate
si sprecavano, vi erano poi dei giorni in cui la luna sembrava avere
modificato irrimediabilmente il suo atteggiamento, immotivatamente
immusonito e triste. Terribile questa luna, che anche a lei faceva
spesso l'effetto di svegliarsi una mattina con una tristezza salata
dentro il cuore di cui non riusciva a liberarsi.
Le raccontò anche di
come fosse rimasta sorpresa, perchè non se lo sarebbe mai aspettato,
quando lui le chiese di prendere l'aperitivo insieme e di come, per
proteggersi, gli avesse detto che non poteva stare oltre le sette,
quando invece non aveva niente da fare. E di come era stata bene, su
quella seggiola traballante, e soprattutto di come era stato facile
aprirsi con lui e parlare liberamente, cosa che non succedeva da
troppo tempo. La sensazione di leggerezza l'aveva aiutata a decidere,
e quando lui le aveva cinto la vita con il braccio aveva avuto un
sussulto di gioia. Non dimenticò di dire che avevano passato la
notte insieme, ma si rese conto che Maia lo sapeva già.
Maia la guardava
raccontare e gesticolare animatamente, e quel pulcino dalla testa
nera sempre arruffata le faceva, ogni volta che la incontrava, grande
tenerezza. Le voleva bene e non voleva proprio che soffrisse ancora:
sapeva però che Achiropìta aveva la testa dura più del marmo, e
che se avesse deciso di iniziare una nuova storia nulla e nessuno
l'avrebbe distolta, anche a costo di andare incontro alla propria
rovina. Quest'uomo poi la incuriosiva: mai Achiropìta era stata così
precisa e entusiasta nel descriverle qualcuno.
Capì che avrebbe dovuto,
in caso di cattive notizie, aggiustare quello che le avrebbero detto
le carte.
Sparecchiato il tavolino
incominciò a mescolare le carte, puntigliosamente come al solito,
dedicando a quell'attività tutto il tempo che riteneva necessario,
con lentezza, sempre con la stessa sequenza di movimenti. Quel mazzo
di tarocchi, ingiallito e quasi ammuffito, le era stato regalato da
una zingara serba, di ritorno dalla festa delle Saintes Maries de la
Mer, che aveva intuito che entrambe condividevano il terzo occhio.
Non era semplice fare le
carte, soprattutto quando in esse leggeva cose così brutte da farla
stare male: infatti iniziare a farle ad Achiropìta le procurò un
doloroso crampo allo stomaco.
Ciò non ostante
incominciò, anche perchè la donna era curiosa e ansiosa.
Anche se era venerdì,
giorno perfetto per quell'attività, la lettura delle carte si rivelò
da subito difficile. E' ovvio che Maia non avrebbe mai potuto dire
“E' l'uomo giusto” ma Achiropìta si sarebbe almeno aspettata un
piccolo incoraggiamento. Non ottenne neppure quello. Anzi la carta
dell'appeso fu quella che comparve più frequentemente, dimostrando
in un certo qual modo che per
capire
l'essenza di una relazione bisogna guardarla a rovescio.
Achiropìta
sperava ardentemente, in cuor suo, di vedere la carta degli amanti,
che non volle invece uscire. Gli occhi le si stavano allagando e
capiva solo a tratti la voce di Maia, che le diceva che le cose erano
ancora ferme, e che le carte non riuscivano a penetrare nei loro
cuori.
Uscì salutando in
fretta, profondamente delusa, e trovandosi al punto di partenza.
Erano le dieci e e si sentiva di schifo. Capì che non era solo la
delusione, era anche fame.
Decise di andare da
Irene, una sua amica, disordinata dell'amore come lei, con la quale
avrebbe potuto confidarsi.
La trovò nel suo
kafenion dalle porte dipinte di azzurro, con le fotografie
ingiallite dei parenti appese alle pareti alternate a immagini sacre.
C'erano anche due vecchi seduti ai tavoli, così immobili da sembrare
impietriti dall'età.
Irene era stata una donna
bellissima, ardente nell'espressione, con due lanterne azzurre
splendenti al posto degli occhi, incorniciate da una capigliatura
biondissima, che tradiva piuttosto un'origine nordica, o meglio
normanna. I disagi della vita e le scelte sbagliate l'avevano fatta
invecchiare prima del dovuto, sotto il biondo il grigio si indovinava
soltanto, e la prolungata esposizione al sole giustificava e
mascherava i solchi profondi del viso. Ma restava una donna
dolcissima, specie per Achiropìta. Si erano conosciute da pochi
anni, casualmente, mentre facevano la spesa al mercato, ed erano
diventate subito amiche. Non potevano vedersi spesso ma fra loro si
era creata un'intimità profonda, e alla prima occhiata Irene capì
che la sua amica aveva un problema. Dopo averla abbracciata e
ricambiato il suo bacio la fece sedere comoda e le portò un caffè
e un piattino di melomakàrona, ben sapendo quanto lei fosse golosa
di quei dolcetti.
Dopo aver divorato i
primi due dolci incominciò a raccontare, per la seconda volta quella
mattina, la sua ultima avventura. Irene sorrideva, e si vedeva
chiaramente che era contenta per lei.
“Segui il tuo cuore,
Chiropì”, le disse, “cerca di rubare tutta la felicità che
puoi, datti tutta e prendi tutto. Non lasciare niente di tutto ciò
che puoi prendere e non avrai rimpianti. Se quest'uomo è veramente
come dici ti prego di non farmelo neanche conoscere, ché te lo
ruberei”. E rise forte, facendo sussultare le due statue di pietra.
Irene aveva capito tutto,
e Achiropìta fu confermata, se mai ve ne fosse stato bisogno, nella
sua intenzione di non lasciarsi scappare quella che riteneva, a torto
o a ragione, l'ultima,e la migliore occasione.
Non aveva più paura.
domenica 22 gennaio 2012
Marco Polo 5 - patate al gratin
Lo sanno tutti che all'istituto alberghiero si cucinano (e si mangiano) tante patate, ma anche in certe pensioni.....
comunque sia le patate sono proprio buone, e fatte così ancor più. Per me è stata una piccola scoperta, e non mancheranno di certo nei miei futuri menù. Chapeau al mio insegnante di cucina.
Mi scuso se la ricetta non è forse delle più originali ma non devo fare l'originale a tutti i costi, devo mettere ricette gustose e non troppo difficili.
Fai le patate a fette spesse un paio di centimetri e le metti a bollire. Quando saranno belle morbide le disponi sulla tua pirofila, una vicina all'altra. Ti sei già comperato una fetta di prosciutto cotto un po' spessa, e con il suo giusto grasso: la taglierai a cubetti e, per aggiungere sapore a sapore, la farai leggermente rosolare in padella, appena quel che basta perchè si veda il marroncino dell'avvenuta reazione di Maillard. Con il prosciutto ti sei comperato anche analoga fetta di Emmenthal o di formaggio a pasta dura a tuo piacimento, e anch'essa hai ridotto a cubettini.
Ti serve ancora un mezzo litro di besciamella che te la puoi agevolmente preparare mentre scaldi il forno a 180 °C.
Quindi sulle patate distribuisci i due tipi di cubetti e versi la besciamella, spargendola bene dappertutto con il cucchiaio. Ti manca una spolverata di pane grattuggiato e qualche fiocchetto di burro (tanto per non perdere l'abitudine).
La tirerai fuori dal forno quando avrà preso il colore.
L'unica domanda è: antipasto, primo, secondo, piatto unico?
comunque sia le patate sono proprio buone, e fatte così ancor più. Per me è stata una piccola scoperta, e non mancheranno di certo nei miei futuri menù. Chapeau al mio insegnante di cucina.
Mi scuso se la ricetta non è forse delle più originali ma non devo fare l'originale a tutti i costi, devo mettere ricette gustose e non troppo difficili.
Fai le patate a fette spesse un paio di centimetri e le metti a bollire. Quando saranno belle morbide le disponi sulla tua pirofila, una vicina all'altra. Ti sei già comperato una fetta di prosciutto cotto un po' spessa, e con il suo giusto grasso: la taglierai a cubetti e, per aggiungere sapore a sapore, la farai leggermente rosolare in padella, appena quel che basta perchè si veda il marroncino dell'avvenuta reazione di Maillard. Con il prosciutto ti sei comperato anche analoga fetta di Emmenthal o di formaggio a pasta dura a tuo piacimento, e anch'essa hai ridotto a cubettini.
Ti serve ancora un mezzo litro di besciamella che te la puoi agevolmente preparare mentre scaldi il forno a 180 °C.
Quindi sulle patate distribuisci i due tipi di cubetti e versi la besciamella, spargendola bene dappertutto con il cucchiaio. Ti manca una spolverata di pane grattuggiato e qualche fiocchetto di burro (tanto per non perdere l'abitudine).
La tirerai fuori dal forno quando avrà preso il colore.
L'unica domanda è: antipasto, primo, secondo, piatto unico?
Un minestrone "diverso"
Oggi pomeriggio mi sono rimesso dietro ai ravioli di pesce. Avevo il mio ripieno surgelato, l'esperienza dell'altra volta e domani mattina mi farò un qualche sughetto di pesce. Non mi sono venuti male e non si sono appiccicati. Come al solito la dose della pasta era troppa e non potevo farne mille, anche se domani saremo in quattro. La prossima volta basteranno due uova e 250 g di farina.
Con la pasta avanzata mi sono fatto certe fettuccine al coltello veramente spettacolose. Ho cercato di usarle in maniera creativa. Avevo già preparato il minestrone, che dopo le feste è sempre un'ottima cena, non mi vergogno a dirlo con la busta surgelata, a cui faccio qualche integrazione. Per il solito motivo che cerco di fare nove cose insieme mi sono sbagliato con l'acqua, dimodochè quando è stato pronto era proprio asciutto asciutto. Allora le fettuccine le ho bollite a parte, poi le ho sbattute nel minestrone assieme a un paio di cucchiai di acqua della pentola. Un filo d'olio e il parmigiano.
So di mangiare proprio bene!
Con la pasta avanzata mi sono fatto certe fettuccine al coltello veramente spettacolose. Ho cercato di usarle in maniera creativa. Avevo già preparato il minestrone, che dopo le feste è sempre un'ottima cena, non mi vergogno a dirlo con la busta surgelata, a cui faccio qualche integrazione. Per il solito motivo che cerco di fare nove cose insieme mi sono sbagliato con l'acqua, dimodochè quando è stato pronto era proprio asciutto asciutto. Allora le fettuccine le ho bollite a parte, poi le ho sbattute nel minestrone assieme a un paio di cucchiai di acqua della pentola. Un filo d'olio e il parmigiano.
So di mangiare proprio bene!
domenica 15 gennaio 2012
Aspic casereccio
L'aspic è una delle ricette più gettonate del mio blog. Per me è un piccolo mistero, nel senso che non penso che sia una preparazione di grandi qualità. Buono è buono, ci mancherebbe, come tutte le cose che faccio.....
Mi arriva a questo proposito, insieme ai miei cugini, un pacco di squisitezze dalla Calabria. Non mi faccio scappare l'occasione. Ho pensato questo aspic e l'ho messo in pratica: ed è buonissimo. Antipasto, secondo, stuzzichino, è proprio tutto. Mi dispiace di averne fatto così poco, ma rimedierò.
Un paio di etti di soppressata calabrese, quella rossa di peperoncino, fatta a cubettini, e un paio di etti di provola silana, bella fresca che sa di latte, anche lei a cubetti, sono stati gli ingredienti di base. Del resto nel vecchio aspic c'erano (banalmente) prosciutto e formaggio. Dovevo quindi studiare qualcosa da aggiungere, che non fossero i (soliti anche se buoni) cetriolini.
Ci ho pensato tre giorni e ho fatto anche delle prove "sul campo". Ho deciso che ci sarebbe potuto stare bene del sedano. Stanotte ho avuto anche l'illuminazione del quarto ingrediente, le olive, che però ho deciso nere taggiasche, già snocciolate, e comprate dalla mia migliore fornitrice.
Come sempre, detto fatto. Ieri pomeriggio ho confezionato il mio "nuovo" aspic, con un bel litrozzo di gelatina aromatizzata all'aceto bianco, quella in cubetti.
Oggi l'ho tirato fuori dal frigo, l'ho fotografato e me lo sono spazzolato....
Very good, sarebbe piaciuto anche ai miei amici Michele e Achiropìta, che voi conoscete.......
Mi arriva a questo proposito, insieme ai miei cugini, un pacco di squisitezze dalla Calabria. Non mi faccio scappare l'occasione. Ho pensato questo aspic e l'ho messo in pratica: ed è buonissimo. Antipasto, secondo, stuzzichino, è proprio tutto. Mi dispiace di averne fatto così poco, ma rimedierò.
Un paio di etti di soppressata calabrese, quella rossa di peperoncino, fatta a cubettini, e un paio di etti di provola silana, bella fresca che sa di latte, anche lei a cubetti, sono stati gli ingredienti di base. Del resto nel vecchio aspic c'erano (banalmente) prosciutto e formaggio. Dovevo quindi studiare qualcosa da aggiungere, che non fossero i (soliti anche se buoni) cetriolini.
Ci ho pensato tre giorni e ho fatto anche delle prove "sul campo". Ho deciso che ci sarebbe potuto stare bene del sedano. Stanotte ho avuto anche l'illuminazione del quarto ingrediente, le olive, che però ho deciso nere taggiasche, già snocciolate, e comprate dalla mia migliore fornitrice.
Oggi l'ho tirato fuori dal frigo, l'ho fotografato e me lo sono spazzolato....
Very good, sarebbe piaciuto anche ai miei amici Michele e Achiropìta, che voi conoscete.......
sabato 14 gennaio 2012
Risotto con la salsiccia
Il sabato è un giorno più rilassato, puoi pensare alle cose da fare con più distacco, e fra queste c'è anche il cucinare, che non diventa la solita corsa contro il tempo.
Motivo per cui, oltre a riflettere alle ricette già promesse, mi è balzata agli occhi l'immagine di un risottino che avrei potuto tranquillamente produrre, senza bisogno di tante ricerche, sia sullo stampato sia sull'informatico.
Un paio di etti di salsiccia sgranata sono finiti in un padellino, a rosolare e a cedere un po' di grasso, dopodichè un mezzo bicchiere di vino bianco li ha portati a cottura.
Ho deciso che con la salsiccia ci sarebbe stata bene la trevigiana tardiva, un cespo. Una cipolla di Montoro, come al solito soffritta a parte. Il Vialone nano che mi era rimasto in casa l'ho finito. Non dico il peso perchè ho vergogna.
La trevigiana l'ho tagliata trasversalmente in tre parti, perché sono, dal basso verso l'alto, di durezza diversa. Per cui saltarle in padella con un filo d'olio tutte e tre insieme mi è parso poco furbo. Ecco come ho tagliato la trevigiana e i relativi tempi di cottura:
Naturalmente il tempo totale, cioè quello della parte più dura, che viene messa in padella subito, è solo di cinque minuti.
Ed ecco come mi è venuta:
A questo punto ho potuto incomiciare la cottura, al solito modo che non sto a ripetere, del risotto.
Nota bene: avevo in freezer un certo contenitore con un litro e mezzo circa di buon brodo, ma non ricordo più di cosa..... sbattendolo nel microonde a scongelare la parte grassa affiora molto agevolmente e levarla è stato del tutto semplice. Levi grasso ma non sapore.
E allora il mio risottino è andato, con la salsiccia buttata dentro a metà cottura e la trevigiana a due minuti dalla fine. Un po' di burro per mantecare. Due minuti di attesa, quelli che ti servono per apparecchiare.
Dato che l'imperativo del risotto era: "sgrassare", ci ho bevuto sopra un po' di bollicine, Berlucchi Franciacorta '61, rosè, regalo di chi mi vuole bene.
Voto della famiglia (richiesto ma non indotto): 9/10 e 9/10. Tanto mi può bastare.
Motivo per cui, oltre a riflettere alle ricette già promesse, mi è balzata agli occhi l'immagine di un risottino che avrei potuto tranquillamente produrre, senza bisogno di tante ricerche, sia sullo stampato sia sull'informatico.
Un paio di etti di salsiccia sgranata sono finiti in un padellino, a rosolare e a cedere un po' di grasso, dopodichè un mezzo bicchiere di vino bianco li ha portati a cottura.
Ho deciso che con la salsiccia ci sarebbe stata bene la trevigiana tardiva, un cespo. Una cipolla di Montoro, come al solito soffritta a parte. Il Vialone nano che mi era rimasto in casa l'ho finito. Non dico il peso perchè ho vergogna.
La trevigiana l'ho tagliata trasversalmente in tre parti, perché sono, dal basso verso l'alto, di durezza diversa. Per cui saltarle in padella con un filo d'olio tutte e tre insieme mi è parso poco furbo. Ecco come ho tagliato la trevigiana e i relativi tempi di cottura:
Naturalmente il tempo totale, cioè quello della parte più dura, che viene messa in padella subito, è solo di cinque minuti.
Ed ecco come mi è venuta:
A questo punto ho potuto incomiciare la cottura, al solito modo che non sto a ripetere, del risotto.
Nota bene: avevo in freezer un certo contenitore con un litro e mezzo circa di buon brodo, ma non ricordo più di cosa..... sbattendolo nel microonde a scongelare la parte grassa affiora molto agevolmente e levarla è stato del tutto semplice. Levi grasso ma non sapore.
E allora il mio risottino è andato, con la salsiccia buttata dentro a metà cottura e la trevigiana a due minuti dalla fine. Un po' di burro per mantecare. Due minuti di attesa, quelli che ti servono per apparecchiare.
Dato che l'imperativo del risotto era: "sgrassare", ci ho bevuto sopra un po' di bollicine, Berlucchi Franciacorta '61, rosè, regalo di chi mi vuole bene.
Voto della famiglia (richiesto ma non indotto): 9/10 e 9/10. Tanto mi può bastare.
venerdì 13 gennaio 2012
Minestra d'orzo altoatesina
Eccolo, il primo post di cucina del 2012. Lo so, è un po' tardi ma fra lavoro e scuola solo iersera ho trovato il momento giusto per giocare un po' ai pentolini.
Non ho voluto a ragion veduta cercare la ricetta su internet, principalmente perchè non ne ho avuto il tempo, ma solo sui miei libri, e quella del Guarnaschelli mi è sembrata la più interessante.
La minestra di orzo ha come ingrediente particolare lo speck, fatto a cubetti: cercate quindi per cortesia di comperare il migliore che trovate. Lo speck, per chi non lo sapesse, è quel prosciutto crudo leggermente affumicato tipico dell'Italia nordorientale. Può essere altoatesino (coscia disossata, aromatizzata al ginepro e affumicata a freddo e stagionato da 5 a 7 mesi) ma può essere anche quello di Sauris (UD), salato a secco, affumicato con legna più resinosa e stagionato un po' meno. Il bello dello speck è la delicatezza dell'affumicatura. Se poi vi dovesse piacere un più pronunciato sapore affumicato nulla vieta che aggiungiate anche un po' di bacon.
Dato che la verdura è l'ingrediente principale del piatto, e lo speck poteva essere un'aggiunta di un avanzo di un giorno di festa, non ho fatto il soffritto, che comunque porterebbe via un po' di sapore ai cubetti, che invece devono cederlo solo quando sono in bocca.
Quindi nella pentola, con tre litri d'acqua circa, ho buttato: due spicchi d'aglio incamiciati, una grossa cipolla di Montoro, un pugno di prezzemolo tritato, tre carotine, un porro, due grosse patate, tre coste di sedano, tutto fatto a fettine o a pezzetti piccoli. Anche lo speck a cubetti. Mi sono dovuto aiutare con un po' di dado di carne, anche esso comperato in Trentino, in giusta dose per tre litri di acqua. Non ho usato la pentola di terracotta perchè non ne avevo una così grossa, se riducete le dosi la pentola di terracotta sarà perfetta. Quando il "minestrone" ha preso il bollo l'ho fatto andare una decina di minuti e poi ho aggiunto l'orzo perlato, 450 grammi, e ho fatto semplicemente proseguire la cottura per 40 minuti, durante i quali l'orzo è gonfiato e ha assorbito l'acqua, diventando bello morbido.
Se vorrai nel piatto potrai aggiungere un filo di olio e un po' di parmigiano, ma è già buonissima così.
Se poi ne fai tanta tanta o tantissima ti durerà svariati giorni.
Eccola:
N.B. prossime ricette: un aspic un po' particolare, e il pandolce alla genovese. E naturalmente il secondo round dei ravioli di pesce.
Stay tuned.
euge
Non ho voluto a ragion veduta cercare la ricetta su internet, principalmente perchè non ne ho avuto il tempo, ma solo sui miei libri, e quella del Guarnaschelli mi è sembrata la più interessante.
La minestra di orzo ha come ingrediente particolare lo speck, fatto a cubetti: cercate quindi per cortesia di comperare il migliore che trovate. Lo speck, per chi non lo sapesse, è quel prosciutto crudo leggermente affumicato tipico dell'Italia nordorientale. Può essere altoatesino (coscia disossata, aromatizzata al ginepro e affumicata a freddo e stagionato da 5 a 7 mesi) ma può essere anche quello di Sauris (UD), salato a secco, affumicato con legna più resinosa e stagionato un po' meno. Il bello dello speck è la delicatezza dell'affumicatura. Se poi vi dovesse piacere un più pronunciato sapore affumicato nulla vieta che aggiungiate anche un po' di bacon.
Dato che la verdura è l'ingrediente principale del piatto, e lo speck poteva essere un'aggiunta di un avanzo di un giorno di festa, non ho fatto il soffritto, che comunque porterebbe via un po' di sapore ai cubetti, che invece devono cederlo solo quando sono in bocca.
Quindi nella pentola, con tre litri d'acqua circa, ho buttato: due spicchi d'aglio incamiciati, una grossa cipolla di Montoro, un pugno di prezzemolo tritato, tre carotine, un porro, due grosse patate, tre coste di sedano, tutto fatto a fettine o a pezzetti piccoli. Anche lo speck a cubetti. Mi sono dovuto aiutare con un po' di dado di carne, anche esso comperato in Trentino, in giusta dose per tre litri di acqua. Non ho usato la pentola di terracotta perchè non ne avevo una così grossa, se riducete le dosi la pentola di terracotta sarà perfetta. Quando il "minestrone" ha preso il bollo l'ho fatto andare una decina di minuti e poi ho aggiunto l'orzo perlato, 450 grammi, e ho fatto semplicemente proseguire la cottura per 40 minuti, durante i quali l'orzo è gonfiato e ha assorbito l'acqua, diventando bello morbido.
Se vorrai nel piatto potrai aggiungere un filo di olio e un po' di parmigiano, ma è già buonissima così.
Se poi ne fai tanta tanta o tantissima ti durerà svariati giorni.
Eccola:
N.B. prossime ricette: un aspic un po' particolare, e il pandolce alla genovese. E naturalmente il secondo round dei ravioli di pesce.
Stay tuned.
euge
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